Libri e dintorni

Francesco Petrarca 'Born Again'

Ovvero l'edizione critica del 'Canzoniere'

 
 
28 gennaio 2009
di Salvatore Claudio Sgroi
scsz@libero.it

A proposito di
Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, Edizione Critica di Giuseppe Savoca, Firenze, Olschki 2008.
Giuseppe Savoca, Il Canzoniere di Petrarca tra codicologia ed ecdotica, Firenze, Olschki 2008.

Non c'è dubbio che questa edizione critica del Rerum Vulgarium Fragmenta petrarchesco a cura di Giuseppe Savoca (con un volume di introduzione) segna una svolta negli studi della poesia di Francesco Petrarca. È quanto tra l'altro emerso nel corso della presentazione dei due volumi il 28 scorso novembre nel "Coro di Notte" del Monastero dei Benedettini, relatori i proff. Francisco Rico (Universitat Autònoma de Barcelona) e Vincenzo Fera (Università di Messina), coordinati dal prof. Enrico Iachello.

La pubblicazione di un testo trecentesco, come il Canzoniere petrarchesco, destinata a un lettore moderno pone, come si può facilmente intuire, problemi di interpretazione non indifferenti.

Innanzi tutto, una lettura diretta, non mediata, di un testo del '300, potrebbe suggerire un approccio diretto al manoscritto petrarchesco (autografo almeno per un terzo). Una soluzione, invero, questa, adottata almeno due volte con l'edizione fotografica dell'autografo nel 1905 e nel 2004 (Antenore ed.). Ma l'originale (vedi qui riproduzione del Vat. lat. 3195) pone problemi di lettura, a partire dalla sua veste grafica, non indifferenti, risolvibili - e sempre in maniera problematica - solo dallo specialista.

Una soluzione più 'amichevole' per il lettore moderno è stata quindi quella adottata nel 1905 da Ettore Modigliani con la sua edizione 'diplomatica', come dire una 'traduzione letterale' della veste grafica dell'originale, un testo trascritto alla lettera.
Una terza possibilità per la comprensione di un testo antico è la 'traduzione' delle sue peculiarità grafiche e di interpunzione nell'italiano moderno. Sono le varie edizioni moderne, tra cui per es. quella approntata da Gianfranco Contini negli anni '60, ed ora da Giuseppe Savoca.

La 'traduzione' di un testo trecentesco nell'italiano moderno ai fini di una pronta comprensibilità - il passaggio cioè da uno stato di lingua a un altro, - comporta che le caratteristiche soprattutto grafiche e di interpunzione proprie del '300 vengano mutate e rese con soluzioni ritenute equivalenti dell'italiano corrente.
Ed è un po' come 'manipolare' un personaggio del '300 - il cui abbigliamento (o veste grafica) non capiamo più in quanto fortemente estraneo - modificandolo in base ai gusti del '900! L'operazione è certamente legittima, a condizione che ogni mutamento apportato dall'editore moderno sia motivato, coerente, trasparente e soprattutto dichiarato. Ed è comunque sempre il risultato dell'interpretazione dell'editore moderno.
Ciò comporta per es. la eliminazione di soluzioni grafiche oggi inesistenti in italiano (sicché udiençia diventa "udienzia"), oppure lo scioglimento di abbreviazioni oggi insolite quasi ideogrammi (es. ppr "proprio"), la separazione di parole univerbate (es. lauella "là 'v'ella"), o l'introduzione dell'apostrofo (es. dissio "diss'io", londe "l'onde") e degli accenti (es. gia "già"). L'aspetto più delicato è senz'altro l'uso delle maiuscole, e il sistema di punteggiatura, notevolmente diverso fin nella veste grafica, tutto da scoprire. Sicché è per es. scartata la soluzione petrarchesca del "punto fermo seguito dalla minuscola" (che alterna con il "punto fermo seguito dalla Maiuscola"). La soluzione non è affatto facile data la diversa valenza semantica, e le alternative moderne sono diverse.

L'individuazione e decifrazione dei singoli segni di un codice di oltre sette secoli fa - a volte inevitabilmente deteriorati nel tempo - è la prima difficoltà dinanzi a cui l'editore moderno si viene a trovare. Ed è assai delicata la comprensione delle funzioni dei segni di punteggiatura, alla base di una corretta interpretazione del testo poetico, già costituzionalmente 'ambiguo' ovvero polifonico e polisemico.
Il sistema interpuntivo petrarchesco è costituito da cinque segni, tutti, tranne uno (il punto), graficamente diversi da quelli attualmente in uso. E come se non bastasse il valore dei cinque segni coincide solo in parte con quelli dell'italiano attuale, anche più ricco. Per es. il punto petrarchesco a volte ha la funzione della virgola (seguito non di rado com'è dalla maiuscola), e perfino del punto-interrogativo (v. 62: "o quando." = 'o quando?'). La cosiddetta virgula corrisponde oltre che alla virgola anche al punto fermo o ai due punti, o ancora a un accento ritmico, ecc. Il sistema petrarchesco comporta anche segni di correzione, ora per separare parole unite, ora per indicare l'inserimento di parole saltate o la espunzione di vocali, ecc.

I vari editori del testo petrarchesco - tra i più noti Gianfranco Contini - come ora evidenzia puntigliosamente Savoca, hanno interpretato tale sistema spesso molto liberamente, punteggiando ad abundantiam, moltiplicando i segni (due-punti, punt'e virgole, esclamativi, trattini, lineette, ecc.).
Anche perché, anziché impegnarsi nella sfida della decifrazione dell'autografo petrarchesco, i precedenti curatori si sono troppo fidati della trascrizione diplomatica del Modigliani 1905, certamente meritoria, ma non priva di sviste ed errori, scovati e sottolineati con acribia da Savoca. Che si è invece imposto una (ri)lettura costante del codice autografo, sottoponendo a serrata critica edizioni e copie successive. Le novità non sono poche. Migliaia gli interventi. E non è possibile qui soffermarci sulla ricchezza dei risultati raggiunti dall'Autore nei due volumi.

Ci limitiamo giusto a qualche chicca. Il verso 31 della sestina 214 recita: "Guardal mio stato. Ale uagheççe noue (...)", ed è stato tradizionalmente trascritto e interpretato come "Guarda 'l mio stato, a le vaghezze nove (...)". Da notare il verbo guardare costruito una volta transitivamente con il complemento oggetto ("'l mio stato"), e una volta intransitivamente ("a le vaghezze nove"), senza dire dell'originale punto fermo seguito dalla maiuscola, diventato virgola con minuscola. Savoca ha buon gioco nel proporre in maniera sintatticamente più coerente la trascrizione "Guard'al mio stato. A le vaghezze nove / Che 'nterrompendo di mia vita il corso / M'àn fatto habitador d'ombroso bosco".

Savoca è il primo a soffermarsi sulla presenza e l'importanza delle macchie speculari del codice, determinatesi nella piegatura dei fogli per cause diverse, con conseguenze gravi sulla lezione del testo. Per es. nel sonetto 179 v. 9 si è creduto di leggere la congiunzione "E" in luogo del corretto "Se": "E [= Se] cio nõ fusse andrei nõ altrame~te (...)".
Un'altra macchia ha fatto sì che nel sonetto 228 v. 5 la sequenza "vomerdipena (...)" fosse letta non "Vomer di penna (...), ma - erroneamente - "Voncer di penna".
In qualche caso, la lettura dell'editore non ci sembra invece condivisibile. Per es. nel sonetto 321 v. 8 si preferisce - contro corrente - leggere il s.m. "Sol" 'sole' anziché l'agg. "Sol'" 'sola' in: "Sol eri in terra, or se'nel ciel felice". In realtà, viene così alterata la simmetria sintattica ("agg. + pred." e "pred. + agg."), peraltro in posizione chiasmica.

Considerati gli enormi problemi interpretativi del codice petrarchesco, illeggibile senza una 'traduzione moderna', è anche vero che una lettura realmente critica del Canzoniere impone al lettore moderno un andirivieni continuo tra originale petrarchesco, trascrizione diplomatica ed edizione moderna. La tecnologia informatica può consentire una edizione dell'originale con a fronte resa diplomatica e versione moderna.
La migliore lezione savochiana è insomma quella di andare sì oltre Contini, ma a un tempo anche di andare oltre Savoca ritornando sempre alla fonte prima.


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Nell'immagine a fianco: Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana - Canzone CXXVI