Facoltà

Quando la mafia trovò l'America


 
 
28 gennaio 2009
di Roberta Raspagliesi
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Il 16 dicembre 2008, nell'auditorium dell'ex monastero dei Benedettini, per iniziativa del dottorato in Storia contemporanea, è stato presentato il nuovo libro dello storico Salvatore Lupo, Quando la mafia trovò l'America. Storia di un intreccio intercontinentale, 1888-2008, recentemente pubblicato da Einaudi.
Il prof. Lupo, dell'Università di Palermo, racconta nel suo ultimo libro più di un secolo di mafia italo-americana attraverso i network che legano in un "intreccio intercontinentale" vecchie e nuove generazioni di uomini che si spostano continuamente da una sponda all'altra dell'oceano. Infatti, è in un punto ideale di questo mare che dobbiamo immaginare il vecchio ponte che metteva in contatto luoghi tra loro remotissimi come Palermo e New York. Era un ponte che i siciliani percorrevano per i più disparati motivi: per affari, per fare fortuna in America nel campo della legalità o dell'illegalità, per evitare un mandato di cattura emanato dal regno d'Italia oppure per sfuggire alla condanna della mafia.

Lupo ragiona da storico quando indaga sulle "reti umane" che si annodano tra loro, ripercorrendo la storia di isolani che sbarcavano in America, a cavallo tra l'800 e il '900, dapprima facendo fortuna con il racket dei prodotti tipici della loro terra. Successivamente, alla fine della Grande Guerra, negli anni Venti, approfittando delle opportunità offerte dal proibizionismo con gli alcolici e il gioco d'azzardo, per arrivare all'età del narcotraffico, dopo la seconda guerra mondiale.

Molti erano coloro che avevano già "fatto carriera" all'interno della mafia siciliana, ed oltreoceano cercavano di scalare i vertici di quella americana; spesso tornavano nella loro regione d'origine "re-importando i perfezionamenti acquisiti", trattandosi di flussi che andavano dalla Sicilia all'America e viceversa. È in questo modo che nasce la contaminazione, l'intreccio tra le due mafie: si muovono persone, prodotti legali e illegali, ma anche modelli associativi criminali.


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In questo nuovo volume, Lupo, che ci ha sempre messo in guardia nei confronti di certi stereotipi codificati da chi ha provato a raccontarci che cos'è la mafia o da chi ha provato addirittura a negarla, ci invita a guardare anche oltre i ragionamenti che si elaborano in America intorno al fenomeno mafioso. Sul versante americano, l'ambiguità che si crea tra mafia ed etnicità, nella contrapposizione italiani/americani è ancora più forte che nel binomio oppositivo siciliani/italiani.
In particolare, nel libro si analizzano due varianti interpretative che l'autore non condivide. La prima vede nella mafia un residuo della società arretrata dei neo-immigrati che verrà sconfitta solo quando questi diventeranno "moderni", ovvero americani: la mafia veniva immaginata infatti come una società segreta antichissima, guidata da un grande capo nascosto in Sicilia. La si faceva risalire al Medioevo, alla rivolta dei Vespri siciliani contro i francesi. La seconda variante, invece, riconosce nella mafia un elemento arcaico comune a tutti gli esseri umani "che ha a che fare con l'immaginario mediterraneo fatto di istinti e vitalità".

Lo storico rigetta pure la versione liberal del sociologo Daniel Bell, il quale, intento a prendere le difese degli immigrati contro l'oltranzismo di stampo WASP (White Anglo-Saxon Protestant), e la teoria del complotto straniero, affermava che la mafia null'altro era se non un "mito" xenofobo.
Lupo non nega che si possa parlare di mitologia, ma "l'esistenza della mafia non può per questo essere negata". Semmai, si deve comprendere che la sua definizione è data dal feedback tra l'autorappresentazione dei mafiosi, i quali ostentano un'immagine di padre-patriarca, e la rappresentazione fornita dagli intellettuali che ci restituiscono quella stessa immagine. Gli avvocati che difendono i mafiosi, dal canto loro, sottolineano con forza il senso dell'onore siciliano, dimostrando che esso è connaturato nei codici culturali di gente primitiva per la quale l'unica forma di associazione conosciuta è quella strettamente familiare.

Anche fortunate saghe cinematografiche, come quella del Padrino, forniscono stilemi e codici comunicativi agli stessi mafiosi, in particolare esibendo un'immagine che li vede migliori rispetto agli americani, mettendo in scena il contrasto dialettico tra i valori tradizionali, come l'istituto della famiglia, e il processo di americanizzazione-modernizzazione. In questo modo, sostiene lo storico, si occulta la sostanza criminale insieme alla figura del gangster.

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Nel corso della presentazione sono intervenuti, oltre allo stesso autore, i professori Rosario Mangiameli dell'Università di Catania e Mario del Pero dell'Università di Bologna.
Mangiameli ha sottolineato come il libro di Lupo si ponga l'obiettivo di parlare di mafia non attraverso criteri comportamentali e culturali identificativi, ma attraverso reti di relazioni estremamente complesse tra vari personaggi da una sponda all'altra dell'Atlantico.
L'intervento dell'americanista Del Pero ha rilevato che il libro affronta "la complessità delle relazioni transatlantiche" attraverso l'analisi di storie diverse, di fonti diverse, di attraversamenti atlantici che si intrecciano con lo sviluppo della malavita organizzata.

Lupo, infine, ha ribadito che la mafia non è "comportamento" come vuole una tradizione di pensiero iniziata con Pitrè in Sicilia e trasmigrata in America, e non è neppure "cultura siciliana" barbara e aspra, benché piena di passioni e di istinti vitalistici. La mafia è un fenomeno capace di inserirsi (questo libro lo dimostra) in società diversissime tra loro, come quella siciliana e americana, accomunate, però, da condizioni di insicurezza collettiva, di vuoti sociali, di richieste di mediazioni extralegali. In più, data anche la vicinanza cronologica dell'apparizione del fenomeno nell'una e l'altra sponda, Lupo ha affermato che non esiste mafia che non sia siculo-americana.
Si comprende, dunque, quanto stretto, forte, "strutturale" sia il legame tra le due mafie. La mafia, quindi, non è un fenomeno periferico, locale, arretrato, ma si è ben acclimatata nella modernità. Una modernità che in Sicilia significa non ricchezza, ma dinamismo, traffici commerciali, se si pensa che fin dal primo Ottocento prodotti siciliani (per esempio gli agrumi e lo zolfo) trovavano il loro sbocco nei mercati più ricchi e remoti come gli Stati Uniti, prima ancora che in quelli della più vicina Lombardia o della Francia. Questo per il fondamentale presupposto che il mare unisce e non divide.

Lupo, inserendo anche la storia dei tentativi di lotta alla criminalità organizzata da parte delle istituzioni, ha spiegato che, già nel corso degli anni '30, queste ultime cercavano di dare inizio ad una prima repressione presentata, però, come americana, con protagonisti americani, anche quando si trattava di "cattivi" come Lucky Luciano. A voler ribadire che la criminalità etnica era una leggenda e che il mito dell'americanizzazione aveva vinto.

Lo storico è convinto che solo con la collaborazione delle istituzioni italo-americane si possa evitare che i mafiosi operino indisturbati dall'uno all'altro continente. Lo hanno dimostrato, rispettivamente negli anni '70 e in tempi a noi molto più vicini, la famosa operazione "pizza connection" - condotta dall'FBI e dalla Dea (Drug enforcement administration) che in collaborazione con la polizia italiana smascherarono il traffico di droga che si celava dietro le pizzerie dei neo-immigrati - e la recentissima operazione "old bridge" che risale al febbraio 2008.