Dossier/ Il ruolo dell'Università per lo sviluppo di una cultura ambientale

Giovanni Campo, sostenitore dei piani paesaggistici


 
 
28 gennaio 2009
di Fausto Carmelo Nigrelli
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In queste settimane diversi gruppi di lavoro dell'Università di Catania hanno portato a compimento il lavoro di progettazione dei Piani paesaggistici per tre province siciliane: al DAU (Dipartimento di Architettura e Urbanistica) si è lavorato al Piano degli ambiti della provincia di Catania e a quelli settentrionali della provincia di Enna; al dipartimento ASTRA (Architettura, Storia, Strutture, Territorio, Rappresentazione, Restauro e Ambiente), sono stati portati a termine quelli di Siracusa e quello dell'ambito meridionale della provincia di Enna.

Era stato Giovanni Campo, (nei giorni scorsi avrebbe compiuto 65 anni), il primo tra noi urbanisti dell'Università di Catania a dirigere un gruppo di lavoro multidisciplinare su un piano paesaggistico. Si trattava del piano degli ambiti in cui le linee guida del 1999 suddividono la provincia di Catania, portato a termine in questi giorni sotto la direzione di Annamaria Atripaldi.

Fin dal 1983, quando si era fatto carico del corso di pianificazione territoriale presso la facoltà di Ingegneria, il superamento della separazione tra pianificazione territoriale e pianificazione paesistica, è stato uno dei temi a lui più cari. Per questo, tra gli strumenti previsti dalla legge Galasso, aveva sempre sottolineato come il "Piano urbanistico-territoriale a valenza paesistica" fosse preferibile al "piano paesistico" e, per questo, aveva accolto con grande favore l'emanazione da parte della Regione siciliana, nel 1999, delle linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale siciliano.


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Le sue riflessioni ci sono tornate più volte alla mente in questi anni di duro lavoro attorno al paesaggio della Sicilia centro-orientale. Soprattutto quando ci siamo imbattuti in temi inediti, difficili da affrontare con gli strumenti classici della disciplina. In alcuni casi ci siamo ricordati di come Giovani Campo teneva a sottolineare che la «finalità precipua del piano paesistico è quella di assicurare modificazioni "fisiologiche" dei contesti territoriali considerati "beni" culturali e ambientali e di evitarne invece modificazioni "patologiche" (usi pregiudizievoli), favorendone la fruibilità, l'accesso e il godimento».

Con questa impostazione culturale, prima che tecnica, ci siamo trovati a riflettere su alcune scelte: se, per esempio, il paesaggio nato dalla riforma agraria di Mussolini e da quelle postbelliche fosse da prendere in considerazione come bene culturale solo in relazione ai suoi esiti architettonici (i borghi di cui è disseminata la regione) ovvero se non fosse lo stesso paesaggio agrario del latifondo, ma punteggiato da case tutte uguali poste a distanza costante, ad essere in sé un "bene" culturale e ambientale.

Abbiamo sciolto il dubbio seguendo la seconda strada, avendo riconosciuto a questo specifico esito dell'antropizzazione di alcune aree della nostra regione, un significato testimoniale e una unicità che meritano di essere tutelate, per essere comprese, fruite, godute, come scriveva Campo.

E come amava fare, anche noi, lavorando con i colleghi più anziani e con i giovani collaboratori, abbiamo più volte iniziato lunghe discussioni a partire da un luogo, da un fiume, da una coltivazione, per riflettere su grandi principi, a volte su ideali, che servissero da guida e da verifica del nostro lavoro. Perché, mi scrisse un giorno con la consueta fine ironia dedicandomi un suo libro, «De-ragliare è d'obbligo (con la vaporiera e l'asino del Carducci), quando tutti de-regolano, de-legiferano, de-gradano».