Facoltà

Forme di famiglia, 'generi' e sapere antropologico


 
 
25 febbraio 2009
di Alessandro Lutri
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La maggior parte dei lettori italiani (anche i più colti) identifica ancora il sapere antropologico con lo studio delle cosiddette popolazioni primitive, o delle classi sociali subalterne riconducibili per lo più al mondo contadino.

L'identificare l'oggetto di studio dell'antropologia sociale e culturale con questi soggetti e con problemi marginali presentati in modo folkloristico - tradizioni arcaiche, sopravvivenze magiche, antichi riti agrari e così via - fa sì che i media di maggior diffusione, e le più importanti riviste di dibattito sociale e culturale, sottraggano questo tipo di sapere alla possibilità di considerarlo competente su questioni che riguardano "noi" - le cosiddette società occidentali contemporanee.

Consapevole di tale processo di marginalizzazione da parte del contesto comunicativo pubblico, e incalzata da dibattiti su valori, credenze, atteggiamenti etici e politici - inerenti a un'ambigua concezione naturalista della vita e della morte, all'identità culturale, ai tipi di relazioni familiari, all'identità di genere - la comunità antropologica accademica italiana ha iniziato una sua riflessione sull'"uso pubblico" del proprio sapere chiedendosi come sia possibile fare conoscere, oltre i confini dell'accademia, le ragioni e sensibilità antropologiche, partecipando alla più ampia conversazione che si svolge nella società.

L'esperienza conoscitiva di tipo etnografico si basa sul confronto dialogico tra gli apparati concettuali di cui dispongono gli etnografi (sia elaborati storicamente dal proprio sapere scientifico sia appartenenti alla più ampia cultura di cui essi sono parte) e quelli degli individui afferenti alle società poste sotto osservazione. Un confronto dialogico attraverso cui essi mostrano l'esistenza di numerose possibili modalità di creare una propria realtà, funzionale a concreti bisogni, desideri, aspettative, di ordine sociale, economico, politico e culturale.

Tra gli antropologi italiani che in tempi recenti hanno saputo bene attivare un circuito comunicativo, esteso anche al vasto pubblico dei lettori non specialisti, vi è sicuramente Francesco Remotti. Nel suo ultimo libro dal titolo Contro natura: una lettera al Papa, edito da Laterza (presentato lo scorso aprile alla facoltà di Giurisprudenza di Catania), egli mette a confronto le ragioni antropologiche con il processo di naturalizzazione di una delle molteplici forme in cui si coniugano le relazioni familiari - la famiglia monogamica eterosessuale -  eleidentità di genere. Un processo di naturalizzazione che, sostenuto da alcuni importanti rappresentanti di istituzioni politiche e religiose, italiane e non, ha assunto un carattere rigidamente normativo.

Remotti ricorda che da oltre un secolo le ricerche antropologiche sulle relazioni di parentela e familiari si sono mosse per trovare il loro nucleo elementare ed universale. Un nucleo che esse hanno identificato nel rapporto di filiazionetra la madre e i propri figli, in quanto ritenuto l'unico in grado di garantire la sopravvivenza della specie. Riguardo invece alla questione del rapporto coniugale,gli studiosi si sono divisi tra chi ha sostenuto la sua necessità, e chi lo ha concepito come un carattere aggiuntivo.

Remotti fa però presente che, a fronte di alcuni rilievi critici mossi alle ricerche del nucleo familistico universale, il concetto di famiglia durante gli anni settanta è stato in parte sostituito con quello di gruppo domestico. Un nuovo parametro ideologico che ha permesso sia di conoscere l'ingegneria sociale su cui vengono strutturati i molteplici modelli di relazioni familiari, sia di evidenziare e comprendere più in profondità la reale e concreta vita quotidiana degli individui e delle collettività. Vita quotidiana che, in materia di scelte familiari, è informata e guidata da concreti bisogni, problemi, desideri, aspettative e aspirazioni di natura economica, sociale e culturale. Queste ultime in certi casi possono porsi in contrasto con quelle coltivate dalle famiglie monogamiche composte da più fratelli e sorelle (consanguinei), o poligamiche, composte da una donna e più mariti (poliandriche), o da un uomo e più donne (poliginiche).

L'autore sostiene che questo tipo di prospettiva analitica offre dei notevoli vantaggi, dal punto di vista epistemologico, antropologico e morale. I vantaggi derivano dal fatto che, invece di proiettare a priori sull'esperienza un certo concetto di famiglia, i cui confini vengono stabiliti per natura, al contrario, si mostra quanto tali confini siano dilatabili, facendo comprendere in tal modo la complessità del reale. Dal punto di vista morale, invece, tale angolazione prospettica è utile per considerare in maniera responsabile i motivi che portano a differenziare le forme di famiglia canonicamente riconosciute da quelle ritenute anomale.

Riguardo invece alle identità di genere, Remotti rileva che in molte società - nord-americane, del Pacifico, ecc. - l'apprezzamento per la diversità va oltre la tolleranza. Prendendo in esame la figura nota con il  termine di "two-spirit", indicante un terzo genere, l'autore ricorda quanto essa in passato era rispettata e valorizzata come persona in grado di mediare tra il genere maschile e quello femminile. All'adolescente manifestante tendenze di terzo genere veniva infatti assegnata la funzione di veggente; all'adulto, invece, quella di controllore delle proprietà familiari e di supervisore dei lavori agricoli e domestici. Riguardo alle scelte matrimoniali, così come agli individui maschi identificati come "two-spirit" era consentito unirsi in matrimonio con uomini "normali", assumendo il ruolo di moglie, anche alle donne identificate come tali era permesso sposarsi con altre donne "normali", assumendo il ruolo di marito, ma non con altri individui identificati come loro. Una scelta che, secondo lo studioso, mostra in maniera inoppugnabile la volontà, da parte di alcune società, di inserire integralmente queste persone in un normale contesto di vita familiare.

Questi dati, a giudizio di Remotti, evidenziano la necessità di ripensare la naturalità sia di certe forme di famiglia sia dei due generi da noi esclusivamente considerati, aprendosi alle ragioni di altri possibili modi di vivere e di essere, così come fa la conoscenza antropologica.